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Un po’ come J. Joyce… I flussi di coscienza intorno a noi

Una strana metafora per descrivere la solitudine, un po criptica, a dire il vero, rileggendola…

Attrattore di Lorenz

Attrattore di Lorenz (flusso caotico nello spazio delle fasi)

Un po’ di solitudine scorre nelle mie vene, devo ammetterlo. Ma la strada che sto percorrendo, non è senza via d’uscita. I flussi di coscienza intorno a me scorrono, coevolvono. In passato non me ne ero mai accorto, non destavo attenzione ed il filtro della mia stessa coscienza tentava di mediare e di rendere uguale a se stesso ciò che in fondo è caoticamente mutevole. E’ difficile stabilire se tali flussi che ci circondano e imprimono forze psichiche alla nostra stessa psiche siano randomici o caotici. Credo che più tali flussi scorrono nelle “vicinanze” del proprio flusso di coscienza più la loro natura randomica si quieta e, mitigando, diventa semplicemente caotica, incontrollabile nel lungo termine. Probabilmente tra il proprio flusso e i restanti tutti intorno si stabilisce un rapporto causale, dove essi stessi tendono a sincronizzarsi. Tale sincronizzazione genera una sorta di perdità di stocasticità, essendovi interazione secondo meccanismi talvolta finanche sconosciuti. Ecco che i flussi attorno a te iniziano a impazzire apparentemente e non ce la fai a seguirne il senso. Ma quel senso è frutto anche del tuo flusso. Difficilmente ce ne si accorge. Si tende a vedere il mondo in maniera separata.  Io – tu. Io – il mondo. Effettivamente tale grado di separazione non c’è. E’ sfumato, fuzzy. Quelle forze psichiche che premono costantemente, talvolta diventano incontrollabili, anche se correlate con la propria forza psichica, che spinge senza una direzione precisa. Senza una strategia. Tale spinta, spesso in un meccanismo di controreazione fa sì che i flussi intorno spingano sempre più forte, n

el senso in cui non vorresti. Il problema è forse che si conosce il senso di ciò che non si vuole, ma non quello di che si vuole. Ecco che la perdita del controllo sul tuo flusso sincronizza il tuo con quello degli altri flussi. Ti senti impotente, non capace di reagire. Forse fai difficoltà a capirne la reale direzione perché cambia, è mutevole, veloce essendo mediata dalle innumerevoli direzioni degli altri flussi. Il problema non è la sincronicità in quanto tale, ma la sincronicità passiva con i flussi di coscienza nel tuo intorno. Questo è ciò che genera quel sentimento di impotenza che in effetti tende ad alimentare meccanismi di controreazione incontrollabili e nocivi. E ti ritrovi a soffrire, e se non te ne accorgi, tale sincronicità passiva è logorante. Ti sembra di non cogliere nulla tutt’intorno, come due viaggiatori su un treno che sono immobili l’uno relativamente all’altro non potendo, senza riferimenti esterni, inferire sul proprio moto. Questa è una maniera un po’ apparentemente confusionaria di descrivere cosa è in fondo la solitudine. E questa metafora non è quella comune alle altre. Solitudine è essere la media, vivere nella media del flusso di coscienza.

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