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Archive for life

Cori, cori, ma dove cori? (Un altro apprezzamento della lentezza)

 

Spesso mi domando dov’è la profondità dell’esistenza. La sensazione è come un elastico che si allunga e si contrae tra la superfice e l’infimo punto interno nella pienezza dell’essere. Non si può dire che si vive solo in superficie, ma quando è che possiamo esserne certi di essere scesi in profondità? Gli stati meditativi dovrebbero servire anche a questo: mettere il proprio essere a nudo e permettere di percepire, al di là dei sensi fisici, il contatto con il campo naturale. Campo che se analizzato razionalmente non è né bene e né male, esso è, prima di ogni cosa. Poiché un fatto è certo, almeno per quanto riguarda la mia personale “conquista del mondo”, la molteplicità è un a-posteriori della percezione. La divisione insita nella molteplicità è data dal filtro dei sensi. Sensi che scolpiscono l’umore, umore che vizia la personalità, personalità che manovra come un burattino l’esistenza. La dimensione e la struttura di questo filtro è ardua da comprendere. E’ come dire: conoscere intimamente se stessi. Oggigiorno, frasi che invitano a conoscere se stessi sono tanto di moda. Ma cosa me ne faccio una volta che ho conosciuto me stesso? E se il mio tasso di mutazione, intendo nel mio carattere e temperamento dovesse mutare, per l’appunto, in misura maggiore di quanto io riesca a conoscere di me stesso? E se conoscere se stessi dovesse darci una tale capacità di previsione da far apparire il gioco della vita come una noia mortale? Per conoscere se stessi bisogna imparare ad apprezzare la lentezza. Bisogna iniziare a sentire il fluire del sangue nelle proprie vene accompagnato dal battito del proprio cuore. Forse così è possibile ricostruire la struttura di quel filtro che ci fa apparire il mondo tanto vario, tanto bello, ma anche tanto meschino. Non si può conoscere sé stessi correndo. L’arte di apprezzare la lentezza dello scorrere del tempo, che rallenta invece di accelerare verso la prossima scadenza. Quanto siamo in controtendenza! Quasi mi sembra di bestemmiare quanto appare demodé esaltare la lentezza. Una musica dal bit lento, la risacca del mare calmo mentre una nave transita in lontananza all’orizzonte in una splendida giornata estiva, piena di sole. Cosa c’è di più lento dell’estate? L’affanno va di pari passo con il freddo, la lentezza è parente al battere la fiacca sotto la canicola. Ma se ci si pensa un po’ più in profondità, uffici pubblici, mezzi di trasporto e appartamenti sono muniti di motori del freddo. Tecnologie che combattono il dono della lentezza. Un corposo romanzo è anch’esso un approdo al porto della lentezza. Ma i romanzi stanno passando di moda, come gli approfondimenti di terza o quarta pagina di giornale. Roba del secolo scorso quando si correva lentamente. Oggi bisogna leggere trafiletti, storie brevi, si preferisce un video. Vuoi mettere la velocità e la portata informativa di un video rispetto ad una lunga catena di lettere spezzettata in parole per descrivere l’attesa dell’amata in D’Annunzio? Roba da ammorbarsi, altro che “piacere”. Non è vero? Meglio correre. Meglio girare nella ruota come un criceto in gabbia fagocitando informazione, che scade come il latte, avendo a disposizione una ritenzione pressoché nulla. Sento in giro che la chiamano post-verità: l’epoca della post verità? E cosa vi aspettavate che la verità è un articolo di blog con a fianco segnato il tempo di lettura? La verità è nella profondità dell’abisso. Il fondale degli oceani non si raggiunge correndo, bensì attraverso tecniche di compensazione che permettono al corpo del sub di abituarsi alle condizioni di pressione esterne. Altrimenti caput! Ecco la post-verità. Non c’è il tempo di ritenere le informazioni presentate, poi, con il contagocce. Lo chiamano il dono della sintesi. Come si può sintetizzare la propria esistenza? Forse, in realtà hanno ragione loro, quelli della post-verità. La verità, non è mai esistita e non è in profondità, ma ben visibile in superficie, come un campo mutevole, relativizzante, frivolo. Forse è semplicemente la molteplicità dell’esistenza data dall’insieme di tutti noi individui sensienti. Ognuno la propria verità. Anche se quanto affermato in precedenza può apparire come una critica, spezzo apertamente una lancia a favore della modernità, o meglio, post modernità. Innanzitutto, lungi da aver raggiunto la saggezza (intendo l’uomo in media), una conquista rispetto al passato vi è stata. La scolarizzazione, checché ne dicano coloro che inneggiano alla presenza dell’analfabetismo funzionale, ha portato ad un passetto in avanti nella consapevolezza dell’uomo di avere una capacità di discernimento. Questo ha fatto sì che ognuno di noi con i propri mezzi riesce a mettere insieme due o tre unità logiche e a trarre una serie di conseguenze al di là della conseguenza propinata dal media main-stream di turno. Si badi bene intendo che l’uomo ha conquistato un pezzetto di capacità di discernimento, quel tanto necessario per permettersi di non accettare mestamente un’ideologia. Apparentemente. In realtà, la controlentezza unita a questa capacità ancillare di autodiscernimento scolarizzato ha teso una bella trappola, cioè l’evitamento della profondità e il mantenimento del focus sulla superficie. Cosicché, tutti sono in grado di storcere il naso ad una notizia approssimativa o visibilmente preconfezionata, ma nessuno ha il tempo, leggi i mezzi, necessari per analizzare realmente la notizia, di collegarla alla storia passata, fare dei paragoni, metterla sotto il microscopio della correttezza logica e così via. La memoria è corta come una coperta che si è ristretta in lavatrice. Accade un fatto, ad esempio un attentato terroristico. Ci si pensa su, qualcuno, ma dico qualcuno, rimane sconvolto. Passa qualche giorno, o qualche ora e tutto torna come prima. Ciò che rimane è una emozione superficiale, che fa da collante con il resto degli avvenimenti di cronaca, che ci portiamo dietro come una scia. Sappiamo che in quello che accade c’è qualcosa che non va, abbiamo i mezzi per percepirlo, però, ahimè, non abbiamo la cassetta degli attrezzi per eviscerare le questioni ed arrivare al nocciolo. Possiamo solo dissentire sul lungo periodo e smettere lentamente di credere. Per credere bisogna avere una buona capacità di ritenzione. Come si può credere ad una cosa di cui ci siamo appena dimenticati? Ecco l’era della post-ideologia e con essa l’era della post-verità. Essa si accompagna per simpatia con una perdita di contatto con la lentezza del fluire del tempo che permette di percepirne una sorta di linearità. Ognuno di noi, immerso in una società dell’informazione tecnologicamente avanzata è bombardato da informazioni che provengono in contemporanea da qualsiasi parte del globo, così se nel mentre in una zona del mondo due stati belligeranti accordano una tregua, da qualche altra parte vi è qualche povero cristo che si fa saltare in aria. E oggi i fatti di cronaca estera di guerra o terrorismo sono tristemente collegati.  Così, non abbiamo la possibilità di rallegrarci poiché manca il tempo materiale per farlo dato l’altalenarsi degli accadimenti. A dire il vero la contemporaneità esiste in sé, ma l’uomo la scopre solo a valle della possibilità di comunicare quasi istantaneamente da qualsiasi parte del globo. La comunicazione istantanea, a propria volta ha intaccato la linearità con cui ognuno, a suo modo, percepiva il divenire storico. Oggi la storia procede per sentieri impervi e tortuosi, non si sa chi sono i “buoni” e chi sono i “cattivi”. L’imperativo categorico è non fidarsi, non credere. Non sognare. Concentrati sul presente perché e lì che passi la tua esistenza. Tutto molto bello, ciò che il new-age raffazzonato contemporaneo e da clickbating ci propone. Ciò che ci si dimentica di considerare è il contesto storico in cui tali maestri proponevano attraverso la dura pratica ciò che noi occidentali chiamiamo talvolta, a seconda delle declinazioni commerciali, mindfulness. La capacità di concentrarsi sul presente, sebbene sia figlia di una grande forza di volontà che va tenuta in allenamento, dipende visibilmente dalla relazione che il nostro presente ha a che fare con il nostro futuro; lì dove dovrebbero giacere indisturbati i nostri sogni. La tortuosità del procedere storico e quindi la non linearità percepita del divenire, l’inesistenza di certezze anche pragmatiche come le certezze lavorative o di stabilità finanziare nel momento del ritiro irrompono nel presente portandoci di colpo in superficie. Aivoglia a praticare la cultura del presente e della presenza a sé stessi. Questa verrebbe naturale a mio parere, proprio se i sogni potessero essere messi in una cassetta di sicurezza. Non solo, il presente è legato a quel qualcosa di ineffabile che pure sappiamo che c’è perché ci crediamo. Perché è sempre stato così. Ad oggi, nella società liquido moderna come amava chiamarla, Zigmut Baumann, le credenze sono sparite. I valori di verità che vorremmo Boleani, ma sono tuttavia fuzzy, dipendono dal frame contestuale, che, anziché essere saldo, esso è liquido, mutevole a propria volta. L’unica verità della post-verità è che non è come ti sembra.

Ossessioni d’infanzia – un sogno ricorrente

Uomo con busta Dream Obsession

Un sogno ricorrente che ricordo molto bene e che credo di aver fatto fino alla pre-adolescenza era alquanto minimalista e surrealista allo stesso tempo nella sua scenografia ed a tratti inquietante. Sognavo di trovarmi su una specie di collina, in realtà percepivo una distesa di brecciolini, o meglio sassi della grandezza di una noce, proprio come quelli posti tra i binari ferroviari, di roccia chiara nel colore, ma grezza nella fattura, proprio come se fosse appena giunta dalla cava di origine. Partendo dall’orizzonte chiaro dei brecciolini, il cielo, o quantomeno lo sfondo, era di un azzurro uniforme come una giornata primaverile o estiva in cui non vi è nemmeno una nuvola in cielo e la visibilità è ottima. Il sole pareva non esserci anche se la luce era alquanto uniforme e ben presente e l’immagine globale nitida e con struttura.

 

Uomo con busta

Rappresentazione di un sogno ricorrente

 

Ad un certo punto, sempre, incontravo un individuo, dalle fattezze vaghe (non ricordo il volto o forse non era rappresentato), dal corpo esile e dalla pelle probabilmente scura che offriva buste di plastica colorate con colori realistici come erano le buste per la spesa dell’epoca, quindi blu verdi etc. In un secondo momento, non sono sicuro se quest’uomo si trasformava in qualche modo silenzioso oppure se procedendo nella leggera salita, incontravo una specie di statua di bronzo, un mezzo busto posto su un asse (sempre di bronzo) imperniato nelle pietre. Le fattezze bronzee le ricordo bene, come anche i riflessi della luce diffusa. Questa volta posso essere più sicuro sul fatto che il volto su questo mezzo busto non era presente. Come detto non so se il dispensatore di buste silenzioso si trasformava in questo busto bronzeo o esso appariva nella scena seguente, all’interno del mio viaggio onirico. Altro non ce n’è. Che strano il mondo onirico, soprattutto quello dell’infanzia, in cui i fantasmi di oggetti vengono assemblati in maniera apparentemente casuale da comporre una scena davvero stranente e per lo più statica. Questo particolare viaggio onirico non mi è più dato di compierlo, anche se ha occupato parecchie notti, e parecchie fasi REM, della mia fanciullezza. Quando qualche volta ci penso o quando mi capita di raccontarlo, provo sempre una sensazione di “plasticità” della realtà mista ad una leggera sensazione di vuotezza dell’esistenza in sé. Interpretando un pochino, dall’altezza dei cosiddetti anni da “nel mezzo del cammin di nostra vita…”, la scenografia è semplice, piatta nei colori, a parte la statua di bronzo e le buste. Ci sono delle pietre a terra, non si scorge una base solida su cui queste sono disposte, una leggera salita ed un cielo azzurro. La scena come detto è dominata da una semplicità e da una uniformità statica. Certo il terreno di pietre localmente mostra una certa dinamicità di scena, ma se appena viene reso lo sguardo generale esso globalmente risulta nel colore e nelle forme alquanto piatto. Ciò che subito mi viene in mente sono le immagini surreali, in particolare il surrealismo alla René Magritte. Ecco, per l’appunto, la scena potrebbe essere benissimo una scena onirica freudiana di stampo surreale, facile per comporre un quadro: distesa uniforme di pietre in leggera salita, sfondo altrettanto uniforme azzurro, uomo che consegna buste in plastica colorate e statua di bronzo senza volto. La scena, se ci penso, è terrificamente razionale, o meglio reale, ma ricolma di mistero esistenziale, se non vuoto, proprio come nei quadri di Magritte. Ho provato a rappresentarlo.

Baudelaire, Rimorso postumo

Dingle graveyards

Dingle graveyards (Irelands)

Quando tu dormirai, mia bella  tenebrosa,

nel fondo di una tomba in marmo nero

e quando per castello e alcova non avrai

che una fossa profonda ed un sepolcro in cui stilla la pioggia;

quando la pietra, opprimendo i tuoi seni impauriti

e i tuoi fianchi illanguiditi in dolce abbandono,

impedirà al cuore tuo di battere e volere,

e ai tuoi piedi di andare all’avventura,

la tomba, confidente del mio sogno infinito

(perché sempre la tomba comprenderà il poeta):

in quelle lunghe notti senza sonno

ti dirà: “A che ti serve, cortigiana malriuscita,

non aver conosciuto quello che i morti rimpiangono?”

E  il verme roderà la tua pelle, come un rimorso. 

Charles Baudelaire, Les Fleurs Du Mal, 1857

Ognuno di noi oltre ad esserne l’artefice, può diventare l’artista del proprio passato

Ognuno di noi oltre ad esserne l’artefice, può diventare l’artista del proprio passato

Con il termine “destino” spesso si giustifica l’incapacità nell’aver compiuto una scelta. Enrico De Santis

Il destino secondo enrico de santis

Con il termine “destino” spesso si giustifica l’incapacità nell’aver compiuto una scelta. Enrico De Santis

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Usa la razionalità per scrutare l’irrazionale e l’irrazionalità per scrutare il razionale

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Caffè

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Un po’ come J. Joyce… I flussi di coscienza intorno a noi

Una strana metafora per descrivere la solitudine, un po criptica, a dire il vero, rileggendola…

Attrattore di Lorenz

Attrattore di Lorenz (flusso caotico nello spazio delle fasi)

Un po’ di solitudine scorre nelle mie vene, devo ammetterlo. Ma la strada che sto percorrendo, non è senza via d’uscita. I flussi di coscienza intorno a me scorrono, coevolvono. In passato non me ne ero mai accorto, non destavo attenzione ed il filtro della mia stessa coscienza tentava di mediare e di rendere uguale a se stesso ciò che in fondo è caoticamente mutevole. E’ difficile stabilire se tali flussi che ci circondano e imprimono forze psichiche alla nostra stessa psiche siano randomici o caotici. Credo che più tali flussi scorrono nelle “vicinanze” del proprio flusso di coscienza più la loro natura randomica si quieta e, mitigando, diventa semplicemente caotica, incontrollabile nel lungo termine. Probabilmente tra il proprio flusso e i restanti tutti intorno si stabilisce un rapporto causale, dove essi stessi tendono a sincronizzarsi. Tale sincronizzazione genera una sorta di perdità di stocasticità, essendovi interazione secondo meccanismi talvolta finanche sconosciuti. Ecco che i flussi attorno a te iniziano a impazzire apparentemente e non ce la fai a seguirne il senso. Ma quel senso è frutto anche del tuo flusso. Difficilmente ce ne si accorge. Si tende a vedere il mondo in maniera separata.  Io – tu. Io – il mondo. Effettivamente tale grado di separazione non c’è. E’ sfumato, fuzzy. Quelle forze psichiche che premono costantemente, talvolta diventano incontrollabili, anche se correlate con la propria forza psichica, che spinge senza una direzione precisa. Senza una strategia. Tale spinta, spesso in un meccanismo di controreazione fa sì che i flussi intorno spingano sempre più forte, n

el senso in cui non vorresti. Il problema è forse che si conosce il senso di ciò che non si vuole, ma non quello di che si vuole. Ecco che la perdita del controllo sul tuo flusso sincronizza il tuo con quello degli altri flussi. Ti senti impotente, non capace di reagire. Forse fai difficoltà a capirne la reale direzione perché cambia, è mutevole, veloce essendo mediata dalle innumerevoli direzioni degli altri flussi. Il problema non è la sincronicità in quanto tale, ma la sincronicità passiva con i flussi di coscienza nel tuo intorno. Questo è ciò che genera quel sentimento di impotenza che in effetti tende ad alimentare meccanismi di controreazione incontrollabili e nocivi. E ti ritrovi a soffrire, e se non te ne accorgi, tale sincronicità passiva è logorante. Ti sembra di non cogliere nulla tutt’intorno, come due viaggiatori su un treno che sono immobili l’uno relativamente all’altro non potendo, senza riferimenti esterni, inferire sul proprio moto. Questa è una maniera un po’ apparentemente confusionaria di descrivere cosa è in fondo la solitudine. E questa metafora non è quella comune alle altre. Solitudine è essere la media, vivere nella media del flusso di coscienza.

Viaggi di Versi – Una selezione speciale delle mie poesie

Finalmente La mia prima selazione speciale di componimenti poetici in una pubblicazione assieme ad altre bravissime autrici e bravissimi autori.

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Viaggi di Versi 38

La modernità comporta velocità ed estensione: si arriva in un
baleno a tante persone, nei luoghi più diversi e lontani. Può
rifiutarsi a questo la poesia, tenuta così a lungo appartata?
Ma la poesia ha per sua natura la grazia di darsi ad ognuno,
di condurlo nell’altrove della parola destinata a durare e del
pensiero che rende chiari e colmi i giorni della vita.
Così, in questi libri in cammino, nei loro versi, nelle loro
frasi, troveremo il molto che ci portavamo dentro inespresso,
la vicinanza di chi rivelandosi ci rivela a noi stessi. E daremo
voce a sentimenti che fremevano dietro mura di silenzio,
traverseremo mondi che ci appartengono e che mai prima
avevamo nemmeno intravisto. Ognuno di questi libri nasce
come un bene comune e un avvio.

Elio Pecora