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Archive for Toronto’s life

Con il termine “destino” spesso si giustifica l’incapacità nell’aver compiuto una scelta. Enrico De Santis

Il destino secondo enrico de santis

Questa volta mi do all’English breakfast

english beakfast subliminaDeciso, passerò al cosiddetto “English breakfast” o qualcosa di simile, insomma non solo “caffè e cornetto” sempre bonissimi, ma anche:

  • toast spalmati di burro,
  • pankake con sciroppo d’acero,
  • uova sode strapazzate o in camicia,
  • bacon fritto,
  • succhi vari,
  • caffè
  • frutta, spesso banana.

 

Toronto e il freddo ad una settimana che son qui

toronto freddo glacialeNon avrei mai pensato di vivere in un posto in cui quando esci fuori la porta ti ritrovi in una cella frigorifera. La settimana scorsa, quando sono arrivato, Toronto mi ha accolto con ben -20° Centigradi. E si sentivano tutti, iniziando dal dolore alle mani che non puoi tenere all’aria aperta per più di cinque minuti! Tutto sommato è un freddo differente da quello a cui sono abituato in Italia, quasi sempre superiore allo zero, essendo questo secco. Un clima che ti tempra, è proprio vero! Credo che, come al resto delle cose che ti capitano nella vita, a queste temperature ci fai l’abitudine. La vita è un continuo abituarsi e talvolta qualcuno tenta di lottare contro tale legge non scritta, cercando di rovesciare il proprio stato di cose. Anche al freddo, quindi, si fa l’abitudine. Rispetto al primo giorno l’aria intorno sembra meno pungente. E subito mi vien da domandarmi come potevo sentire freddo in Italia magari quando le minime erano +10° Centigradi? L’inverno prossimo, se lo passerò dalle mie parti, uscirò con le maniche corte! In ogni caso il clima, a mio parere, ha molto da dire sulle persone, su come impostano la propria vita, semplicemente su come la vivono. Una delle prime impressioni avute l’anno passato quando sono venuto a contatto con la gente di Toronto, quindi con una porzione più o meno rappresentativa del canadese medio, è la loro propensione al sorriso. Impressione questa che ho riscontrato anche su un blog di un italiano che vive qui a Toronto da circa tre anni. Posso almeno essere sicuro che non sono io che provengo da una famiglia musona e di conseguenza, a contatto con i canadesi, il sorriso è la prima cosa che è risaltata. E’ un dato di fatto. Sono davvero sorridenti, specialmente la mattina e, come si sa, il sorriso è contagioso come qualsiasi emozione direttamente esternabile. Anche la tristezza è contagiosa. Uno stato depressivo lo stesso. Se dovessi descrivere la gente del mio paese come un’unica persona, dalla prospettiva canadese, ecco, l’Italia appare come un paziente colpito da un profondo stato di depressione e mantenuto in questo limbo da uno sbagliato mix di psicofarmaci. Ma che legame ci può essere tra freddo e sorriso? O il sorriso della gente deriva da qualcosa d’altro? Chiaramente passeggiando per la città si notano imponenti costruzioni, cantieri aperti e zone sempre in fase di rinnovamento. Qui non si restaura, si radono al suolo i quartieri vecchi e se ne costruiscono di nuovi. Ed è noto che dove l’edilizia va a gonfie vele l’economia cresce. Mediamente il canadese è ricco. E’ questo che la mattina addirittura sui mezzi pubblici rende sorridenti le persone? Sicuramente il reddito minimo nella società occidentale è una condizione necessaria alla felicità, ma sappiamo bene anche che non è assolutamente sufficiente. Quindi il sorriso delle persone credo non provenga da un fattore squisitamente sociale, ritengo che ci sia qualcosa di più profondo, legato all’ecosistema, al clima. Qui gli inverni sono molto lunghi e freddi e la situazione climatica condiziona parecchio la vita. Durante le tempeste di neve o peggio di ghiaccio uscire non è possibile. Il canadese rimane a casa. Ed è organizzato per rimanervi. Durante l’inverno, se il tempo lo permette e provate a fare una passeggiata, trovate solo distese di neve e ghiaccio per le strade, null’altro. La natura sembra non esserci. Solo una distesa monocromatica con inquietanti rami secchi che di tanto in tanto, timidi, spuntano dai giardini ricoperti da montagne di neve, a ragione malcurati (real “Still life“). Casa e piattume del paesaggio. Piattume del paesaggio, casa e lavoro. Lavoro e svago al chiuso. Che vita movimentata! Poi verso il mese di aprile la primavera inizia a fare capolino (devo ancora viverlo un inizio di primavera qui). La neve e il ghiaccio iniziano a sciogliersi trasformandosi in rigoli che disegnano curiose forme sul pavimento. Il paesaggio inizia a prendere colore, compare il verde dell’erba e delle prime foglie dei rami. I colori dei fiori pian piano aumentano la gamma cromatica della tua vista intorno, quando metti piede fuori di casa. Puoi dismettere guanti e cappello. Puoi passeggiare. Puoi scegliere se uscire o no. Sei libero. Ecco il sorriso. Il sorriso proviene dal dialogo visivo con la natura e con la libertà di scegliere. Credo che questa sia la motivazione principale, poi certamente vi sono annesse cause secondarie, come la semplicità che si percepisce nella vita di un canadese. Al cospetto delle mie parti, si direbbe meglio la “poca sofisticazione”, connessa ad una bassa propensione a fare quella che amo definire “guerra dei poveri”, che, ahimè, in Italia è continuamente incitata dai media. Probabilmente non vi sono le basi per condurre queste battaglie degradanti che servono solo a tenere disunita la popolazione in quanto i redditi risultano abbastanza elevati. Lo psicofarmaco mediatico qui ha principi attivi differenti che in alcune zone dell’Europa. Il “Tag” “crisi” in Canada non è presente tra i trend. Quel virus che nei bar italiani ci passiamo l’un l’altro che recita così: “in Italia è tutto finito…”, “non c’è più nulla da fare…” Oppure “se vuoi che le cose migliorano devi andare all’estero…” (Ho deciso di segnarmi questi memi depressivi su un taccuino), qui non è (ancora?) arrivato. Una nota positiva dello stare qui è proprio il non essere a contatto con questo tarlo che ti buca la mente. Preferisco decisamente gli psicofarmaci mediatici che prescrivono qui. Cinque mesi senza la pillola italiana bastano per disintossicarsi e iniziare ad avere una prospettiva differente.

Non è tutto oro quello che luccica” recita il proverbio ed anche questo è vero. Anche qui ci sono delle storture. E’ da capire quanto pesano e se messe sulla bilancia assieme a quelle dalla nostra cultura fanno pendere l’ago da una parte o dall’altra. A pelle, credo che le donne mediamente non siano molto felici e questo dipende da un fattore sociale. Ricordo che il sorriso e felicità hanno un legame mentre il sorriso esterna un’ emozione, la felicità è uno stato d’animo lungo. Qui per “felicità delle donne” intendo quello stato d’animo lungo tanto quanto la vita assieme al proprio partner. Non è la prima donna di una certa età che sento mettere al primo posto tra le qualità di un uomo che conoscono, sia il loro ex compagno, o il compagno di un’amica, la ricchezza. Ahimè, questo mi fa pensare a un crescendo repentino di felicità nella parte iniziale dei rapporti e una lunga e tremenda caduta in un pozzo senza fondo. Perché gli anni passano. Ancora non sono in grado di soppesare comunque le storture culturali, spero che l’attuale esperienza mi schiarisca meglio le idee su questo punto. Sorridete di più comunque, anche quando siete soli, è la migliore medicina contro il cattivo umore!

Toronto, secondo atto, scena prima- La casa

Peace & Love
Quando sono arrivato a Toronto (28 febbraio 2014)
Toronto - Jones Avenue

Toronto – Jones Avenue

Ho trovato il mio momento. Quel prezioso lasso temporale dove posso codificare i pensieri che vorticano nella mia mente. Questa volta però voglio misurarmi in una descrizione di quanto i miei occhi hanno visto fino ad ora e delle sensazioni che ho provato. E’ la prima volta che scrivo da quando sono tornato a Toronto. Ho occupato la nuova casa, un posto apparentemente accogliente come si presenta in linea con ciò a cui sono abituato e che forse mi mette a mio agio: i luoghi pieni di cianfrusaglie. A primo acchitto sembra un bazar con arredamento post-industriale misto vintage. Appena sono arrivato ho subito avuto l’impressione che questa casa fosse stata costruita in uno stabilimento industriale, poi, pian piano, raccogliendo interessanti indizi ho capito che mi avvio a vivere in un appartamento ricavato in una ex falegnameria, probabilmente un ex mobilificio. Al momento sto cercando di scoprire meglio cosa ha da raccontare questo luogo. La gente non sempre direttamente e intenzionalmente racconta storie, alle volte lo fa involontariamente attraverso i luoghi in cui ha vissuto. E questo posto dislocato nella periferia est di Toronto sembra avere qualche segreto da raccontare a chi abbia voglia di ascoltarlo.

Peace & Love

Vivo in uno stabile, con entrata sul retro. La forma è pressoché squadrata, proprio come un capannone industriale degli anni Cinquanta dello scorso secolo. A fianco alla porta d’ingresso in ferro, pitturata distrattamente di colore grigio, vi sono degli improponibili campanelli, ricavati da vecchi interruttori, fissati con chiodi ad un asta di legno piantata nel muro. Fili penzolanti attraversano un buco nella parte superiore dello stipite tentano di portare il messaggio di arrivo ai coinquilini. Ho istantaneamente la sensazione che siamo in tanti a condividere lo stabile. Appena entrati e superata l’anticamera a protezione del freddo insopportabile, si dipanano subito porte da cui ho riscontrato che uscissero esseri umani, e un dipinto ad olio sbiadito. Dalla prima, proprio ieri è venuta fuori una ragazza sulla ventina. Passata la seconda porta, la cui serratura è molto gentile rispetto a quella d’ingresso che per aprirla bisogna aver superato un esame di scassinamento, vi è un corridoio che dà verso altri androni. Appena sulla sinistra ci sono delle scale in legno, abbastanza ripide che portano al secondo piano. Il soffitto è colmo di tubature e fili elettrici che penzolano. Modern ArtI muri sono pitturati, anche se mostrano evidentemente i segni del tempo, e di tanto in tanto vi si trova qualche dipinto inquietante, appeso. Nella parete antistante le scale vi è un’ opera d’ arte moderna costruita con chiodi piantati  sulla base seguendo forme geometriche e fil di ferro che dipartono da un chiodo all’altro nella parte opposta rispetto ad un virtuale asse di simmetria, tutto a disegnare giochi geometrici metallici a rilievo rispetto al fondo della cornice. Lo stesso tipo di artefatto ha catturato la mia attenzione quando sono arrivato, vedendolo sulla parete esterna dell’edificio. Parete che reca anche un dipinto colorato ad indicare la presenza di qualcosa che si avvicina ad un centro culturale: una misteriosa dicitura “Strata Varius” e un numero di telefono dipinti su un pezzo di trave di legno. Due piccoli adesivi con una bandiera, incollati sulla porta esterna mostrano Dipinti inquietantirispettivamente la dicitura “peace and love”. Giunti sul corridoio dopo aver percorso la scalinata di legno, dopo altri due dipinti meno minacciosi incollati direttamente alle mura, lo stile industriale prende il sopravvento: a desta e a sinistra corridoi ripieni di chissà cosa che danno verso altri ingressi. Vi sono oggetti e manufatti di ogni tipo e molti libri in stato di apparente abbandono. Qui la luce proveniente da lampade a neon diventa sinistramente tremolante e l’ambiente circostante assume un aria spettrale. Bisogna farci l’abitudine penso. Sulla destra scorgo uno strano macchinario a cinghie dentate, con un motore. Avvicinandosi si capisce che è un nastro trasportatore che traversa il piano per dirigersi verso gli scantinati. Mi domando chissà che ci sarà la sotto. Proseguendo per il corridoio destro, si raggiunge un androne con parti di mobili poggiate ai muri, scarpe, vasi con piante secche e di tanto in tanto scaffali con altri libri. La tentazione di sbirciare quei libri è forte, ma forse è meglio di no, non ora. L’intorno assume sempre di più un aria surreale. Attaccato ad una porta bianca, presumo di un appartamento c’è un cartello con scritto: “non ostruire questo passaggio”, cosa facile visto il mucchio di materiale da mobilio abbandonato appoggiato alle pareti. E pensare che di tanto in tanto un foglio bianco, con scritte al computer, attaccato con lo scotch avvisa i condomini che entro e non oltre ottobre 2013, quattro mesi orsono, bisogna liberare gli spazi comuni dalle cianfrusaglie. Altri cartelli disseminati qua e la questa volta dl fondo giallo mettono in guardia sull’uso proibito della marijuana nei medesimi spazi. Guardando in alto, ancora tubi percorrono il corridoio fino ad giungere all’androne con fili elettrici multicolore e di vario spessore penzolanti collegati a centraline sgarrupate. In Italia impianti del genere sarebbero stati sicuramente considerati “da arresto”. Eppure l’ambiente sembra familiare, ricorda il la stanza chiamata “il laboratorio” della casa in cui sono cresciuto a Gaeta. Uno stanzone dove non esistevano regole a parte le minime riguardanti l’igiene. Ma davvero minime. In quella zona della mia casa, del resto molto antica, coloro che sono passati hanno potuto ammucchiare di tutto. Una di quei posti che posseggono le famiglie in cui non si butta quasi nulla “perché può servire in futuro…”. Sullo stile del programma televisivo “Sepolti in casa”, ma senza l’aspetto clinico, forse.

orasacchiottoDi fronte alla scala in legno vi è la porta diafana dell’appartamento in cui vivo attualmente. Ai lati vi sono poltrone sfasciate decorate stile “Art Nouveau”, con indumenti poggiati qua e la, ed uno scaffale in legno Ikea con qualche libro dimenticato. Sullo scaffale, nella parte superiore sul muro un dipinto astratto dalla forma allungata ed un vaso rosso acceso con fiori secchi arancioni che avrebbe fatto gola per forma e composizione a Van Gogh. Continuando sulla destra un divanetto in legno primo novecento con un vecchio orsacchiotto di peluche di colore beige. Chissà a chi è appartenuto, mi domando. Entrando nell’appartamento la situazione non varia, tranne che per il fatto che si percepisce, dal minor stato di abbandono, che è abitato.

Anche qui tubi si intrecciano sul soffitto, riconosco l’impianto anti incendio assieme ai tubi del riscaldamento che terminano in uno grosso scatolo metallico grigio dagli spigoli smussati con ventola annessa all’interno, a ricordare quelli montati dopo la guerra nelle gelide chiese italiane.

All’ingresso sulla sinistra un piccolo corridoio che termina con la porta della toilette, con a fianco un lavabo dalla forma rotonda a coppa molto stile kitsch, il cui scarico attraversa il muro per terminare nella doccia. Di fronte vi è l’open space con al centro un bancone bianco sporco di quelli che si usano qui in America, circondato da sedie ricoperte di velluto e dalle lunghe gambe. Da un lato, precisamente quello che da verso la cucina, spunta un tubo cromato decorato con un altro tubicino in ferro anch’esso cromato che si innalza dal pianale per ricurvarsi in un lavello in acciaio nascosto nella zona sotto il pianale. Sotto a quest’ultimo sulla parete, dal lato opposto, vi è una strana scultura schiacciata in ferro battuto dorato di forma rettangolare. Sopra, penzolante e retto da una lunga catena in ferro impolverata c’è un lampadario rosso con portacandele bianchi decorato con fiori cartacei dello stesso colore. Sul fondo del lampadario compaiono dei ciondoli colorati in vetro di quelli che al sole riflettono sui muri luce multicolore. Sulla sinistra di fronte al bancone vi è il piano cottura con gli stipi stracolmi di cibo e oggetti di ogni genere. L’impressione che si ha prendendo confidenza con questa casa è che ci sia più roba di quanta ne possa entrare. Le pentole a destra del piano cottura e degli stipi sono appese a dei ganci in ferro battuto saldati a delle staffe avvitate ad una lavagna con scritte fatte col gesso che sembrano appunti di un corso di materie “commerciali”. Sempre lungo la parete a fianco alle pentole appese vi è un frigorifero dalle dimensioni improponibili come se l’uso fosse stato in precedenza di una caserma dell’esercito. Sull’apertura vi sono bigliettini, alcuni di buon augurio, qualche foto e qualche adesivo. Sopra vi sono contenitori in vetro e ceramica di tutti i tipi sistemati distrattamente. La parete opposta al lato cucina ospita nella parte bassa un finto camino spento e nella parte alta uno specchio su cui vi sono appuntati con un pennarello grigio alcuni esercizi fisici misti a procedure di rilassamento orientale, qualcosa a che fare, comunque, con i tibetani. La mensola posta a divisione tra lo specchio e la parte bassa appare piena di cianfrusaglie orientali, oggettini di ferro battuto, finti fiorellini e gingilli in ceramica. Agli estremi vi sono sculture in gesso: un busto e una specie di forma che ricorda vagamente una pigna, come quelle poste ai lati dei cancelli delle ville, sopra i muri di recinzione. Inoltre bottiglie decorative dorate sono dimenticate nell’estremo opposto a rimpinguare l’aria kitsch che si respira in questo posto. Al centro un grosso bolide di lava sezionato a metà è posizionato in bella vista, probabilmente, come molti altri oggetti, un ricordo di un viaggio o forse un dono da parte di chissà chi. La parete di fronte all’ingresso, ospita grossi finestroni che danno su Jones Avenue imbiancata di neve con al di là inferriate dalla forma a griglia, in ferro mal pitturato. Sul pavimento in parquet rigorosamente rovinato, vi sono attrezzi per palestra di ultima generazione: un tapis roulant e uno di quegli arnesi a pedana vibrante per il rassodamento dei glutei. Il contrasto a questo punta diventa serio. La colonna portante, fatta in mattoni grezzi dipinti di bianco reca un monile con un viso forse in pietra grigia che ha un che di orientaleggiante o addirittura egiziano.

Di tanto in tanto guardandomi intorno mi domando dove sono finito, però poi penso che in fin dei conti non sembro tanto lontano dalle mie abitudini in materia di accatastamento di oggetti dall’apparenza inutili. La mia cameretta è così. Mi viene da sorridere.

La fina parete con lo specchio con le scritte dal sapore tibetano divide la casa a metà. Nell’altra metà vi è una specie di salotto con un divano dove nel retro vi sono accatastate cose di tutti i tipi: raccoglitori di documenti, oggetti di elettronica, zaini e borse colme, scatole e pacchi e una stretta scrivania bianca Ikea a mensola ospitante una tastiera e uno schermo per computer. Sarà la mia scrivania suppongo distrattamente. Sulla parete contigua a quella su cui è fissata la mensola a mo’ di scrivania, in cui sovrasta un ampio e freddo finestrone, vi è un dipinto a olio stile “pittura astratta” con macchie di colore rosso su sfondo bianco sporcato di azzurro. A fianco un divano purpureo ad angolo, che a mio modesto parere è montato nella direzione sbagliata, spunta un piccolo comodino con telefono cordless e una abatjour con sostegno in metallo dorato, decorata a rilievo con dei fanciulli che si tengono per mano, disposti di spalle tutt’intorno all’asse portante su cui è poggiata la copertura di forma tetraedrica rossa con i bordi decorati con filamenti penzolanti  della stessa tonalità cromatica. Questa stanza “disimpegno” ospita gli ingressi delle stanze da letto. Due per la precisione. La parete con gli ingressi è decorata con uno sbiadito dipinto ad olio impressionista con due donne contadine in mezzo ad un campo. Tutte le pareti, tranne le portanti in mattoni grezzi, sono rigorosamente in cartongesso bianco e gli ingressi, come quello della mia stanza da letto sono decorati da vecchie cornici mal conce in legno incollate ai bordi del cartongesso. La stanza dove dormo è piccola e soppalcata. Lo spazio è quanto basta per ospitare nella parte superiore un letto matrimoniale. La parete sinistra, vista in posizione “sdraiati di pancia” è di cartongesso bianco con una bella decorazione floreale in bassorilievo. Tale parete divide, ahimè, questa stanza dal corridoio destro che compare appena salita la scalinata in legno, fuori l’appartamento e di fatti sento i passi delle persone che vanno e vengono. Fortunatamente quando dormo non sento nessuno.  Sotto il letto vi sono ammassate altre cianfrusaglie, riviste e cose femminili, mentre nella parte ancora più bassa, sotto il soppalco vi è ricavato un armadio con vestiti appesi e una vecchia cassettiera di legno. Per raggiungere il letto vi sono delle strette scale in legno chiaro. La parete dietro il giaciglio dove sono posti i cuscini è coperta in parte da scritte, adesivi e qualche fotografia, indizi che mi fanno pensare che, tempo addietro, vi abbia dormito un’adolescente. Al momento, so che la stanza era usata dalla padrona di casa, Michelle, probabilmente in precedenza era della figlia. Una TV schermo piatto è appesa sulla parete di fronte, sembra essere non collegata. Oltre al riscaldamento stile industriale centralizzato vi sono due soddisfacenti stufe elettriche ad olio, come quella che mia madre metteva in bagno trenta anni fa quando doveva fare il bagnetto a me e mio fratello.

Tutto sommato l’impressione non è negativa anche se so che il novantanove per cento delle persone che vi entrano rimarrebbero disorientate e stranite. Questo posto ha qualcosa da dire e risulta molto diverso da quello in cui ho vissuto nella scorsa esperienza qui in Canada. Anche questi ultimi belli ed evocativi, ma nulla a che vedere con questo qui.