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Cori, cori, ma dove cori? (Un altro apprezzamento della lentezza)

  Spesso mi domando dov’è la profondità dell’esistenza. La sensazione è come un elastico che si allunga e si contrae tra la superfice e l’infimo punto interno nella pienezza dell’essere. Non si può dire che si vive solo in superficie, ma quando è che possiamo esserne certi di essere scesi in profondità? Gli stati meditativi

Ossessioni d’infanzia – un sogno ricorrente

Uomo con busta Dream Obsession

Un sogno ricorrente che ricordo molto bene e che credo di aver fatto fino alla pre-adolescenza era alquanto minimalista e surrealista allo stesso tempo nella sua scenografia ed a tratti inquietante. Sognavo di trovarmi su una specie di collina, in realtà percepivo una distesa di brecciolini, o meglio sassi della grandezza di una noce, proprio

Baudelaire, Rimorso postumo

Quando tu dormirai, mia bella  tenebrosa, nel fondo di una tomba in marmo nero e quando per castello e alcova non avrai che una fossa profonda ed un sepolcro in cui stilla la pioggia; quando la pietra, opprimendo i tuoi seni impauriti e i tuoi fianchi illanguiditi in dolce abbandono, impedirà al cuore tuo di

Ognuno di noi oltre ad esserne l’artefice, può diventare l’artista del proprio passato

Con il termine “destino” spesso si giustifica l’incapacità nell’aver compiuto una scelta. Enrico De Santis

Questa volta mi do all’English breakfast

english beakfast subliminaDeciso, passerò al cosiddetto “English breakfast” o qualcosa di simile, insomma non solo “caffè e cornetto” sempre bonissimi, ma anche:

  • toast spalmati di burro,
  • pankake con sciroppo d’acero,
  • uova sode strapazzate o in camicia,
  • bacon fritto,
  • succhi vari,
  • caffè
  • frutta, spesso banana.

 

Toronto e il freddo ad una settimana che son qui

toronto freddo glacialeNon avrei mai pensato di vivere in un posto in cui quando esci fuori la porta ti ritrovi in una cella frigorifera. La settimana scorsa, quando sono arrivato, Toronto mi ha accolto con ben -20° Centigradi. E si sentivano tutti, iniziando dal dolore alle mani che non puoi tenere all’aria aperta per più di cinque minuti! Tutto sommato è un freddo differente da quello a cui sono abituato in Italia, quasi sempre superiore allo zero, essendo questo secco. Un clima che ti tempra, è proprio vero! Credo che, come al resto delle cose che ti capitano nella vita, a queste temperature ci fai l’abitudine. La vita è un continuo abituarsi e talvolta qualcuno tenta di lottare contro tale legge non scritta, cercando di rovesciare il proprio stato di cose. Anche al freddo, quindi, si fa l’abitudine. Rispetto al primo giorno l’aria intorno sembra meno pungente. E subito mi vien da domandarmi come potevo sentire freddo in Italia magari quando le minime erano +10° Centigradi? L’inverno prossimo, se lo passerò dalle mie parti, uscirò con le maniche corte! In ogni caso il clima, a mio parere, ha molto da dire sulle persone, su come impostano la propria vita, semplicemente su come la vivono. Una delle prime impressioni avute l’anno passato quando sono venuto a contatto con la gente di Toronto, quindi con una porzione più o meno rappresentativa del canadese medio, è la loro propensione al sorriso. Impressione questa che ho riscontrato anche su un blog di un italiano che vive qui a Toronto da circa tre anni. Posso almeno essere sicuro che non sono io che provengo da una famiglia musona e di conseguenza, a contatto con i canadesi, il sorriso è la prima cosa che è risaltata. E’ un dato di fatto. Sono davvero sorridenti, specialmente la mattina e, come si sa, il sorriso è contagioso come qualsiasi emozione direttamente esternabile. Anche la tristezza è contagiosa. Uno stato depressivo lo stesso. Se dovessi descrivere la gente del mio paese come un’unica persona, dalla prospettiva canadese, ecco, l’Italia appare come un paziente colpito da un profondo stato di depressione e mantenuto in questo limbo da uno sbagliato mix di psicofarmaci. Ma che legame ci può essere tra freddo e sorriso? O il sorriso della gente deriva da qualcosa d’altro? Chiaramente passeggiando per la città si notano imponenti costruzioni, cantieri aperti e zone sempre in fase di rinnovamento. Qui non si restaura, si radono al suolo i quartieri vecchi e se ne costruiscono di nuovi. Ed è noto che dove l’edilizia va a gonfie vele l’economia cresce. Mediamente il canadese è ricco. E’ questo che la mattina addirittura sui mezzi pubblici rende sorridenti le persone? Sicuramente il reddito minimo nella società occidentale è una condizione necessaria alla felicità, ma sappiamo bene anche che non è assolutamente sufficiente. Quindi il sorriso delle persone credo non provenga da un fattore squisitamente sociale, ritengo che ci sia qualcosa di più profondo, legato all’ecosistema, al clima. Qui gli inverni sono molto lunghi e freddi e la situazione climatica condiziona parecchio la vita. Durante le tempeste di neve o peggio di ghiaccio uscire non è possibile. Il canadese rimane a casa. Ed è organizzato per rimanervi. Durante l’inverno, se il tempo lo permette e provate a fare una passeggiata, trovate solo distese di neve e ghiaccio per le strade, null’altro. La natura sembra non esserci. Solo una distesa monocromatica con inquietanti rami secchi che di tanto in tanto, timidi, spuntano dai giardini ricoperti da montagne di neve, a ragione malcurati (real “Still life“). Casa e piattume del paesaggio. Piattume del paesaggio, casa e lavoro. Lavoro e svago al chiuso. Che vita movimentata! Poi verso il mese di aprile la primavera inizia a fare capolino (devo ancora viverlo un inizio di primavera qui). La neve e il ghiaccio iniziano a sciogliersi trasformandosi in rigoli che disegnano curiose forme sul pavimento. Il paesaggio inizia a prendere colore, compare il verde dell’erba e delle prime foglie dei rami. I colori dei fiori pian piano aumentano la gamma cromatica della tua vista intorno, quando metti piede fuori di casa. Puoi dismettere guanti e cappello. Puoi passeggiare. Puoi scegliere se uscire o no. Sei libero. Ecco il sorriso. Il sorriso proviene dal dialogo visivo con la natura e con la libertà di scegliere. Credo che questa sia la motivazione principale, poi certamente vi sono annesse cause secondarie, come la semplicità che si percepisce nella vita di un canadese. Al cospetto delle mie parti, si direbbe meglio la “poca sofisticazione”, connessa ad una bassa propensione a fare quella che amo definire “guerra dei poveri”, che, ahimè, in Italia è continuamente incitata dai media. Probabilmente non vi sono le basi per condurre queste battaglie degradanti che servono solo a tenere disunita la popolazione in quanto i redditi risultano abbastanza elevati. Lo psicofarmaco mediatico qui ha principi attivi differenti che in alcune zone dell’Europa. Il “Tag” “crisi” in Canada non è presente tra i trend. Quel virus che nei bar italiani ci passiamo l’un l’altro che recita così: “in Italia è tutto finito…”, “non c’è più nulla da fare…” Oppure “se vuoi che le cose migliorano devi andare all’estero…” (Ho deciso di segnarmi questi memi depressivi su un taccuino), qui non è (ancora?) arrivato. Una nota positiva dello stare qui è proprio il non essere a contatto con questo tarlo che ti buca la mente. Preferisco decisamente gli psicofarmaci mediatici che prescrivono qui. Cinque mesi senza la pillola italiana bastano per disintossicarsi e iniziare ad avere una prospettiva differente.

Non è tutto oro quello che luccica” recita il proverbio ed anche questo è vero. Anche qui ci sono delle storture. E’ da capire quanto pesano e se messe sulla bilancia assieme a quelle dalla nostra cultura fanno pendere l’ago da una parte o dall’altra. A pelle, credo che le donne mediamente non siano molto felici e questo dipende da un fattore sociale. Ricordo che il sorriso e felicità hanno un legame mentre il sorriso esterna un’ emozione, la felicità è uno stato d’animo lungo. Qui per “felicità delle donne” intendo quello stato d’animo lungo tanto quanto la vita assieme al proprio partner. Non è la prima donna di una certa età che sento mettere al primo posto tra le qualità di un uomo che conoscono, sia il loro ex compagno, o il compagno di un’amica, la ricchezza. Ahimè, questo mi fa pensare a un crescendo repentino di felicità nella parte iniziale dei rapporti e una lunga e tremenda caduta in un pozzo senza fondo. Perché gli anni passano. Ancora non sono in grado di soppesare comunque le storture culturali, spero che l’attuale esperienza mi schiarisca meglio le idee su questo punto. Sorridete di più comunque, anche quando siete soli, è la migliore medicina contro il cattivo umore!

Toronto, secondo atto, scena prima- La casa

Peace & Love
Quando sono arrivato a Toronto (28 febbraio 2014)
Toronto - Jones Avenue

Toronto – Jones Avenue

Ho trovato il mio momento. Quel prezioso lasso temporale dove posso codificare i pensieri che vorticano nella mia mente. Questa volta però voglio misurarmi in una descrizione di quanto i miei occhi hanno visto fino ad ora e delle sensazioni che ho provato. E’ la prima volta che scrivo da quando sono tornato a Toronto. Ho occupato la nuova casa, un posto apparentemente accogliente come si presenta in linea con ciò a cui sono abituato e che forse mi mette a mio agio: i luoghi pieni di cianfrusaglie. A primo acchitto sembra un bazar con arredamento post-industriale misto vintage. Appena sono arrivato ho subito avuto l’impressione che questa casa fosse stata costruita in uno stabilimento industriale, poi, pian piano, raccogliendo interessanti indizi ho capito che mi avvio a vivere in un appartamento ricavato in una ex falegnameria, probabilmente un ex mobilificio. Al momento sto cercando di scoprire meglio cosa ha da raccontare questo luogo. La gente non sempre direttamente e intenzionalmente racconta storie, alle volte lo fa involontariamente attraverso i luoghi in cui ha vissuto. E questo posto dislocato nella periferia est di Toronto sembra avere qualche segreto da raccontare a chi abbia voglia di ascoltarlo.

Peace & Love

Vivo in uno stabile, con entrata sul retro. La forma è pressoché squadrata, proprio come un capannone industriale degli anni Cinquanta dello scorso secolo. A fianco alla porta d’ingresso in ferro, pitturata distrattamente di colore grigio, vi sono degli improponibili campanelli, ricavati da vecchi interruttori, fissati con chiodi ad un asta di legno piantata nel muro. Fili penzolanti attraversano un buco nella parte superiore dello stipite tentano di portare il messaggio di arrivo ai coinquilini. Ho istantaneamente la sensazione che siamo in tanti a condividere lo stabile. Appena entrati e superata l’anticamera a protezione del freddo insopportabile, si dipanano subito porte da cui ho riscontrato che uscissero esseri umani, e un dipinto ad olio sbiadito. Dalla prima, proprio ieri è venuta fuori una ragazza sulla ventina. Passata la seconda porta, la cui serratura è molto gentile rispetto a quella d’ingresso che per aprirla bisogna aver superato un esame di scassinamento, vi è un corridoio che dà verso altri androni. Appena sulla sinistra ci sono delle scale in legno, abbastanza ripide che portano al secondo piano. Il soffitto è colmo di tubature e fili elettrici che penzolano. Modern ArtI muri sono pitturati, anche se mostrano evidentemente i segni del tempo, e di tanto in tanto vi si trova qualche dipinto inquietante, appeso. Nella parete antistante le scale vi è un’ opera d’ arte moderna costruita con chiodi piantati  sulla base seguendo forme geometriche e fil di ferro che dipartono da un chiodo all’altro nella parte opposta rispetto ad un virtuale asse di simmetria, tutto a disegnare giochi geometrici metallici a rilievo rispetto al fondo della cornice. Lo stesso tipo di artefatto ha catturato la mia attenzione quando sono arrivato, vedendolo sulla parete esterna dell’edificio. Parete che reca anche un dipinto colorato ad indicare la presenza di qualcosa che si avvicina ad un centro culturale: una misteriosa dicitura “Strata Varius” e un numero di telefono dipinti su un pezzo di trave di legno. Due piccoli adesivi con una bandiera, incollati sulla porta esterna mostrano Dipinti inquietantirispettivamente la dicitura “peace and love”. Giunti sul corridoio dopo aver percorso la scalinata di legno, dopo altri due dipinti meno minacciosi incollati direttamente alle mura, lo stile industriale prende il sopravvento: a desta e a sinistra corridoi ripieni di chissà cosa che danno verso altri ingressi. Vi sono oggetti e manufatti di ogni tipo e molti libri in stato di apparente abbandono. Qui la luce proveniente da lampade a neon diventa sinistramente tremolante e l’ambiente circostante assume un aria spettrale. Bisogna farci l’abitudine penso. Sulla destra scorgo uno strano macchinario a cinghie dentate, con un motore. Avvicinandosi si capisce che è un nastro trasportatore che traversa il piano per dirigersi verso gli scantinati. Mi domando chissà che ci sarà la sotto. Proseguendo per il corridoio destro, si raggiunge un androne con parti di mobili poggiate ai muri, scarpe, vasi con piante secche e di tanto in tanto scaffali con altri libri. La tentazione di sbirciare quei libri è forte, ma forse è meglio di no, non ora. L’intorno assume sempre di più un aria surreale. Attaccato ad una porta bianca, presumo di un appartamento c’è un cartello con scritto: “non ostruire questo passaggio”, cosa facile visto il mucchio di materiale da mobilio abbandonato appoggiato alle pareti. E pensare che di tanto in tanto un foglio bianco, con scritte al computer, attaccato con lo scotch avvisa i condomini che entro e non oltre ottobre 2013, quattro mesi orsono, bisogna liberare gli spazi comuni dalle cianfrusaglie. Altri cartelli disseminati qua e la questa volta dl fondo giallo mettono in guardia sull’uso proibito della marijuana nei medesimi spazi. Guardando in alto, ancora tubi percorrono il corridoio fino ad giungere all’androne con fili elettrici multicolore e di vario spessore penzolanti collegati a centraline sgarrupate. In Italia impianti del genere sarebbero stati sicuramente considerati “da arresto”. Eppure l’ambiente sembra familiare, ricorda il la stanza chiamata “il laboratorio” della casa in cui sono cresciuto a Gaeta. Uno stanzone dove non esistevano regole a parte le minime riguardanti l’igiene. Ma davvero minime. In quella zona della mia casa, del resto molto antica, coloro che sono passati hanno potuto ammucchiare di tutto. Una di quei posti che posseggono le famiglie in cui non si butta quasi nulla “perché può servire in futuro…”. Sullo stile del programma televisivo “Sepolti in casa”, ma senza l’aspetto clinico, forse.

orasacchiottoDi fronte alla scala in legno vi è la porta diafana dell’appartamento in cui vivo attualmente. Ai lati vi sono poltrone sfasciate decorate stile “Art Nouveau”, con indumenti poggiati qua e la, ed uno scaffale in legno Ikea con qualche libro dimenticato. Sullo scaffale, nella parte superiore sul muro un dipinto astratto dalla forma allungata ed un vaso rosso acceso con fiori secchi arancioni che avrebbe fatto gola per forma e composizione a Van Gogh. Continuando sulla destra un divanetto in legno primo novecento con un vecchio orsacchiotto di peluche di colore beige. Chissà a chi è appartenuto, mi domando. Entrando nell’appartamento la situazione non varia, tranne che per il fatto che si percepisce, dal minor stato di abbandono, che è abitato.

Anche qui tubi si intrecciano sul soffitto, riconosco l’impianto anti incendio assieme ai tubi del riscaldamento che terminano in uno grosso scatolo metallico grigio dagli spigoli smussati con ventola annessa all’interno, a ricordare quelli montati dopo la guerra nelle gelide chiese italiane.

All’ingresso sulla sinistra un piccolo corridoio che termina con la porta della toilette, con a fianco un lavabo dalla forma rotonda a coppa molto stile kitsch, il cui scarico attraversa il muro per terminare nella doccia. Di fronte vi è l’open space con al centro un bancone bianco sporco di quelli che si usano qui in America, circondato da sedie ricoperte di velluto e dalle lunghe gambe. Da un lato, precisamente quello che da verso la cucina, spunta un tubo cromato decorato con un altro tubicino in ferro anch’esso cromato che si innalza dal pianale per ricurvarsi in un lavello in acciaio nascosto nella zona sotto il pianale. Sotto a quest’ultimo sulla parete, dal lato opposto, vi è una strana scultura schiacciata in ferro battuto dorato di forma rettangolare. Sopra, penzolante e retto da una lunga catena in ferro impolverata c’è un lampadario rosso con portacandele bianchi decorato con fiori cartacei dello stesso colore. Sul fondo del lampadario compaiono dei ciondoli colorati in vetro di quelli che al sole riflettono sui muri luce multicolore. Sulla sinistra di fronte al bancone vi è il piano cottura con gli stipi stracolmi di cibo e oggetti di ogni genere. L’impressione che si ha prendendo confidenza con questa casa è che ci sia più roba di quanta ne possa entrare. Le pentole a destra del piano cottura e degli stipi sono appese a dei ganci in ferro battuto saldati a delle staffe avvitate ad una lavagna con scritte fatte col gesso che sembrano appunti di un corso di materie “commerciali”. Sempre lungo la parete a fianco alle pentole appese vi è un frigorifero dalle dimensioni improponibili come se l’uso fosse stato in precedenza di una caserma dell’esercito. Sull’apertura vi sono bigliettini, alcuni di buon augurio, qualche foto e qualche adesivo. Sopra vi sono contenitori in vetro e ceramica di tutti i tipi sistemati distrattamente. La parete opposta al lato cucina ospita nella parte bassa un finto camino spento e nella parte alta uno specchio su cui vi sono appuntati con un pennarello grigio alcuni esercizi fisici misti a procedure di rilassamento orientale, qualcosa a che fare, comunque, con i tibetani. La mensola posta a divisione tra lo specchio e la parte bassa appare piena di cianfrusaglie orientali, oggettini di ferro battuto, finti fiorellini e gingilli in ceramica. Agli estremi vi sono sculture in gesso: un busto e una specie di forma che ricorda vagamente una pigna, come quelle poste ai lati dei cancelli delle ville, sopra i muri di recinzione. Inoltre bottiglie decorative dorate sono dimenticate nell’estremo opposto a rimpinguare l’aria kitsch che si respira in questo posto. Al centro un grosso bolide di lava sezionato a metà è posizionato in bella vista, probabilmente, come molti altri oggetti, un ricordo di un viaggio o forse un dono da parte di chissà chi. La parete di fronte all’ingresso, ospita grossi finestroni che danno su Jones Avenue imbiancata di neve con al di là inferriate dalla forma a griglia, in ferro mal pitturato. Sul pavimento in parquet rigorosamente rovinato, vi sono attrezzi per palestra di ultima generazione: un tapis roulant e uno di quegli arnesi a pedana vibrante per il rassodamento dei glutei. Il contrasto a questo punta diventa serio. La colonna portante, fatta in mattoni grezzi dipinti di bianco reca un monile con un viso forse in pietra grigia che ha un che di orientaleggiante o addirittura egiziano.

Di tanto in tanto guardandomi intorno mi domando dove sono finito, però poi penso che in fin dei conti non sembro tanto lontano dalle mie abitudini in materia di accatastamento di oggetti dall’apparenza inutili. La mia cameretta è così. Mi viene da sorridere.

La fina parete con lo specchio con le scritte dal sapore tibetano divide la casa a metà. Nell’altra metà vi è una specie di salotto con un divano dove nel retro vi sono accatastate cose di tutti i tipi: raccoglitori di documenti, oggetti di elettronica, zaini e borse colme, scatole e pacchi e una stretta scrivania bianca Ikea a mensola ospitante una tastiera e uno schermo per computer. Sarà la mia scrivania suppongo distrattamente. Sulla parete contigua a quella su cui è fissata la mensola a mo’ di scrivania, in cui sovrasta un ampio e freddo finestrone, vi è un dipinto a olio stile “pittura astratta” con macchie di colore rosso su sfondo bianco sporcato di azzurro. A fianco un divano purpureo ad angolo, che a mio modesto parere è montato nella direzione sbagliata, spunta un piccolo comodino con telefono cordless e una abatjour con sostegno in metallo dorato, decorata a rilievo con dei fanciulli che si tengono per mano, disposti di spalle tutt’intorno all’asse portante su cui è poggiata la copertura di forma tetraedrica rossa con i bordi decorati con filamenti penzolanti  della stessa tonalità cromatica. Questa stanza “disimpegno” ospita gli ingressi delle stanze da letto. Due per la precisione. La parete con gli ingressi è decorata con uno sbiadito dipinto ad olio impressionista con due donne contadine in mezzo ad un campo. Tutte le pareti, tranne le portanti in mattoni grezzi, sono rigorosamente in cartongesso bianco e gli ingressi, come quello della mia stanza da letto sono decorati da vecchie cornici mal conce in legno incollate ai bordi del cartongesso. La stanza dove dormo è piccola e soppalcata. Lo spazio è quanto basta per ospitare nella parte superiore un letto matrimoniale. La parete sinistra, vista in posizione “sdraiati di pancia” è di cartongesso bianco con una bella decorazione floreale in bassorilievo. Tale parete divide, ahimè, questa stanza dal corridoio destro che compare appena salita la scalinata in legno, fuori l’appartamento e di fatti sento i passi delle persone che vanno e vengono. Fortunatamente quando dormo non sento nessuno.  Sotto il letto vi sono ammassate altre cianfrusaglie, riviste e cose femminili, mentre nella parte ancora più bassa, sotto il soppalco vi è ricavato un armadio con vestiti appesi e una vecchia cassettiera di legno. Per raggiungere il letto vi sono delle strette scale in legno chiaro. La parete dietro il giaciglio dove sono posti i cuscini è coperta in parte da scritte, adesivi e qualche fotografia, indizi che mi fanno pensare che, tempo addietro, vi abbia dormito un’adolescente. Al momento, so che la stanza era usata dalla padrona di casa, Michelle, probabilmente in precedenza era della figlia. Una TV schermo piatto è appesa sulla parete di fronte, sembra essere non collegata. Oltre al riscaldamento stile industriale centralizzato vi sono due soddisfacenti stufe elettriche ad olio, come quella che mia madre metteva in bagno trenta anni fa quando doveva fare il bagnetto a me e mio fratello.

Tutto sommato l’impressione non è negativa anche se so che il novantanove per cento delle persone che vi entrano rimarrebbero disorientate e stranite. Questo posto ha qualcosa da dire e risulta molto diverso da quello in cui ho vissuto nella scorsa esperienza qui in Canada. Anche questi ultimi belli ed evocativi, ma nulla a che vedere con questo qui.

Un po’ come J. Joyce… I flussi di coscienza intorno a noi

Una strana metafora per descrivere la solitudine, un po criptica, a dire il vero, rileggendola…

Attrattore di Lorenz

Attrattore di Lorenz (flusso caotico nello spazio delle fasi)

Un po’ di solitudine scorre nelle mie vene, devo ammetterlo. Ma la strada che sto percorrendo, non è senza via d’uscita. I flussi di coscienza intorno a me scorrono, coevolvono. In passato non me ne ero mai accorto, non destavo attenzione ed il filtro della mia stessa coscienza tentava di mediare e di rendere uguale a se stesso ciò che in fondo è caoticamente mutevole. E’ difficile stabilire se tali flussi che ci circondano e imprimono forze psichiche alla nostra stessa psiche siano randomici o caotici. Credo che più tali flussi scorrono nelle “vicinanze” del proprio flusso di coscienza più la loro natura randomica si quieta e, mitigando, diventa semplicemente caotica, incontrollabile nel lungo termine. Probabilmente tra il proprio flusso e i restanti tutti intorno si stabilisce un rapporto causale, dove essi stessi tendono a sincronizzarsi. Tale sincronizzazione genera una sorta di perdità di stocasticità, essendovi interazione secondo meccanismi talvolta finanche sconosciuti. Ecco che i flussi attorno a te iniziano a impazzire apparentemente e non ce la fai a seguirne il senso. Ma quel senso è frutto anche del tuo flusso. Difficilmente ce ne si accorge. Si tende a vedere il mondo in maniera separata.  Io – tu. Io – il mondo. Effettivamente tale grado di separazione non c’è. E’ sfumato, fuzzy. Quelle forze psichiche che premono costantemente, talvolta diventano incontrollabili, anche se correlate con la propria forza psichica, che spinge senza una direzione precisa. Senza una strategia. Tale spinta, spesso in un meccanismo di controreazione fa sì che i flussi intorno spingano sempre più forte, n

el senso in cui non vorresti. Il problema è forse che si conosce il senso di ciò che non si vuole, ma non quello di che si vuole. Ecco che la perdita del controllo sul tuo flusso sincronizza il tuo con quello degli altri flussi. Ti senti impotente, non capace di reagire. Forse fai difficoltà a capirne la reale direzione perché cambia, è mutevole, veloce essendo mediata dalle innumerevoli direzioni degli altri flussi. Il problema non è la sincronicità in quanto tale, ma la sincronicità passiva con i flussi di coscienza nel tuo intorno. Questo è ciò che genera quel sentimento di impotenza che in effetti tende ad alimentare meccanismi di controreazione incontrollabili e nocivi. E ti ritrovi a soffrire, e se non te ne accorgi, tale sincronicità passiva è logorante. Ti sembra di non cogliere nulla tutt’intorno, come due viaggiatori su un treno che sono immobili l’uno relativamente all’altro non potendo, senza riferimenti esterni, inferire sul proprio moto. Questa è una maniera un po’ apparentemente confusionaria di descrivere cosa è in fondo la solitudine. E questa metafora non è quella comune alle altre. Solitudine è essere la media, vivere nella media del flusso di coscienza.

Viaggi di Versi – Una selezione speciale delle mie poesie

Finalmente La mia prima selazione speciale di componimenti poetici in una pubblicazione assieme ad altre bravissime autrici e bravissimi autori.

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Viaggi di Versi 38

La modernità comporta velocità ed estensione: si arriva in un
baleno a tante persone, nei luoghi più diversi e lontani. Può
rifiutarsi a questo la poesia, tenuta così a lungo appartata?
Ma la poesia ha per sua natura la grazia di darsi ad ognuno,
di condurlo nell’altrove della parola destinata a durare e del
pensiero che rende chiari e colmi i giorni della vita.
Così, in questi libri in cammino, nei loro versi, nelle loro
frasi, troveremo il molto che ci portavamo dentro inespresso,
la vicinanza di chi rivelandosi ci rivela a noi stessi. E daremo
voce a sentimenti che fremevano dietro mura di silenzio,
traverseremo mondi che ci appartengono e che mai prima
avevamo nemmeno intravisto. Ognuno di questi libri nasce
come un bene comune e un avvio.

Elio Pecora

Perché alle donne piacciono gli stronzi?

Il luogo comune: “…perché alle donne piacciono gli uomini stronzi…” oppure: “…le donne si innamorano degli stronzi…” è da sfatare? Ma ci si può anche chiedere se queste due affermazioni nascondano o no realmente un luogo comune. Eppure la maggior parte degli uomini, non tutti (tra poco vedremo perché), sperimentano questo fatto, alcuni con un sentimento di frustrazione. Quanto si affermerà in questo breve articolo è solamente una tendenza, chi scrive e sicuramente anche chi legge sa benissimo che ogni individuo possiede caratteristiche proprie che lo allontanano o lo avvicinano alla media.

lotta tra cervi

Lotta tra cervi (wikipedia)

Jan Havlicek, dell’università Karlova di Praga ha elaborato, come riporta Louann Brizedin in “Il Cervello delle donne” (BUR saggi, 2010) una controversa teoria sui ferormoni ed il cervello femminile: “le donne già legate ad un compagno,  in fase ovulatoria sembrano  preferire l’odore di altri uomini più “dominanti” a differenza delle single che non mostravano tale preferenza. Lo studioso inoltre ritiene che le donne cercano uomini dallo spirito protettivo, che le aiuteranno a crescere una famiglia; tuttavia, una volta che il focolare è assicurato, provano un forte desiderio biologico di unirsi di nascosto con uomini che possiedono geni migliori“. Nel mondo animale gli etologi che studiano i gruppi di animali sociali sono soliti riferirsi all’esistenza di due tipologie di individui maschili: i maschi “alfa” e i maschi “beta“. I primi sono quelli dominanti e conquistano tale dominio con estenuanti lotte rituali al fine di assicurarsi anche le femmine migliori del gruppo. I beta sono quelli subordinati. Tale divisione talvolta rispecchia caratteristiche fisiche differenti che in ultima analisi vengono percepite biologicamente dalla donna come: “individui che hanno i geni migliori”.

Bene. E questo cosa c’entra con il nostro luogo comune? Perché alle donne piacciono gli uomini stronzi? Per rispondere usando un po’ di razionalità, possiamo anche noi, come gli etologi, suddividere l’universo maschile in due macrocategorie: i “buoni” e i “cattivi“, proprio come si faceva alle scuole elementari quando la maestra si assentava momentaneamente… I “buoni”, se ci si pensa, risultano essere (sfigatamente) scontati. Cosa intendiamo per “scontati”? Essi sono inesorabilmente prevedibili nei loro comportamenti: perdonano sempre, lasciano correre, sono comprensivi, sono empatici, ci “vanno morbidi”, reprimono sul nascere il rancore, sono gentili etc. etc. Del resto anche i cattivi sono scontati nel possedere parte delle caratteristiche suddette, al contrario. I “cattivi”, sono stronzi, egoisti, non sono comprensivi, hanno poca o nessuna empatia, tengono sulle spine etc. Solitamente le donne definiscono tali comportamenti intriganti.

Le donne preferiscono gli stronzi non per le loro caratteristiche (a quale donna sana di mente gli piacerebbe soffrire gratuitamente?), ma per una caratteristica specifica delle donne stesse, che genera per così dire una asimmetria tra la scontatezza del buono e la scontatezza del cattivo. Alle donne, in genere, piace sentirsi importanti per il proprio uomo, uniche. Sicché il beta/buono è scontato che lo faccia con ogni suo gesto, parola o comportamento, e questo, quale desiderio per l’intrigo può provocare in una donna? Come fa a sentirsi lei, in un dato momento, unica e importante? La donna, quindi, in ogni incontro con il cattivo spera inconsciamente che l’uomo le dia la dovuta attenzione e questo genera due sentimenti positivi: a) il cattivo ha avuto un comportamento non scontato essendosi mostrato fugacemente dolce e comprensivo, b) se nella donna vi era in atto un tentativo di cambiamento del carattere di lui potrebbe illudersi di esservi riuscita.

In definitiva l’aspettativa che la donna ripone sull’uomo stronzo, lo sperare che con lei sia magnanimo, genera una cieca rincorsa verso questa tipologia di uomini, poiché un loro comportamento non da stronzo le fa sentire uniche ed importanti. Ciò non può funzionare per i buoni, che dopo un periodo iniziale diventano scontati e molto spesso incapaci di comportarsi da cattivi. E se ci provano, a diventare cattivi, sarebbero subito riconosciuti dalla donna,

che questa volta razionalmente li etichetterebbe come “cattivi” e quindi da evitare.

Siete d’accordo? 🙂

I mercatini dell’antiquariato

Una delle cose che amo di più la domenica mattina è la passeggiata al mercatino dell’antiquariato. Amo viaggiare nel tempo tra tutti quegli oggetti inutili, ma altrettanto evocativi. A chi sono appartenuti? Quanti passaggi di mano avranno subito? Ecco un telefono in bachelite nero degli anni Cinquanta dello scorso secolo. Ecco una radio valvolare, con mobile in mogano, che sintonizzata sulle nostalgiche onde medie emana un caldo pezzo di Charlie Parker. Un antico ferro da stiro monoblocco di ferro ossidato. Un servizio di posate opache e graffiate. Una sedia nobiliare rivestita cha avrà sessanta anni. Una lampada da scrivania, sicuramente di un avvocato, del periodo del ventennio. Un set di interruttori in ceramica bianca assieme a qualcuno in bachelite nero sradicati da qualche appartamento in ristrutturazione. Una spiritiera per il caffè probabilmente ancora funzionante, un po’ ammaccata ma tutto sommato tenuta bene. Un giradischi con tanto di casse in legno di radica. Una radiosveglia analogica degli anni Settanta.

Sono forse una persona un po’ nostalgica, in generale, ma sembra che gli oggetti di un tempo avessero un anima. Non un’anima propria, si badi bene, ma un’anima acquisita: l’anima di chi li ha utilizzati. Questo vale pure per le automobili, anche se molto meno per quelle odierne. Ciò spinge a chiedermi: cosa hanno le anticaglie che gli oggetti di oggi non hanno? Il designe è sicuramente differente, più geometrico e più impersonale. Ecco, gli oggetti della vita quotidiana di oggi, sono fortemente impersonali, non sono umanizzanti. Mentre un’automobile di quaranta anni fa, oltre che essere prodotta in gran parte a mano, sembra portare con se il succo della storia di quel periodo: le lotte operaie, gli sconvolgimenti sociali, il gusto dell’epoca. Oggi, gli strumenti quotidiani sembrano intelligenti, ma pare che non abbiano nulla da dire di loro, di fatto pare che non siano mai esistiti una volta dismessi. Sarà cosi anche per i miei figli?

Libri Scelti

John R. Searle – La mente

Mercoledì 03 Ottobre 2012 11:40 Enrico De Santis

 

Se avete intenzione di assaporare un’agile trattazione sulle varie posizioni tenute dai maggiori pensatori nel campo della Filosofia della Mente, allora “La mente” (2004)* del filosofo John R. Searle fa al caso vostro. Soprattutto se preferite che la “storia” venga raccontata come “Robespierre racconterebbe la Rivoluzione Francese”. In “La mente”, Searle, uno dei maggiori filosofi contemporanei in questo campo, si districa con maestria, allontanandosene, tra posizioni dualistiche (irriducibilità della mente al mondo fisico) e posizioni materialistiche (identità tra fenomeni mentali e fisici). Egli si ritaglia una particolare posizione dove sia possibile avere una “ontologia soggettiva” e dove la coscienza sia un qualcosa di spiegabile come può essere la digestione o la respirazione. In questo saggio illustra le ragioni per cui sostiene questa particolare posizione, da lui stesso definita “naturalismo biologico”. Nell’opera si troveranno brevi descrizioni delle maggiori e numerose correnti che tentano di descrivere la mente e la coscienza con attenzione al fenomeno dell'”intenzionalità” delle azioni e al libero arbitrio. Inoltre si avrà modo di saggiare la posizione del filosofo sulla possibilità delle macchine di “pensare” come un essere umano e quindi come egli si pone al cospetto dell’Intelligenza Artificiale Forte (IA Forte). Di scorrevole lettura, personalmente, l’ho trovato estremamente interessante, anche se sono in disaccordo su alcune sue conclusioni. Consigliato vivamente a chi vuole aggiornarsi sul dibattito contemporaneo che ruota attorno alla Filosofia della Mente.

* Mind. A Brief Introduction, Oxford University Press, 2004; trad. it. di Carlo Nizzo, Prefaz. di Michele Di Francesco

viaLibri Scelti.

Una rivelazione onirica

Russell visione oniricaSolitamente, i sogni sono confusi e dominati da un certo grado di incoerenza di fondo. Non è stato così il pomeriggio di qualche giorno addietro, avendo sognato in maniera nitida e precisa Bertrand Russell (1872 – 1970), il quale mi illustrava, tramite una metafora, il significato delle “regole”. L’occhio della mia mente vedeva la sagoma del filosofo, su uno sfondo nero, a mezzo busto. Essa era adombrata, come se il tutto fosse dominato da un forte contrasto dall’effetto black and white. La sua voce inoltre era chiara, profonda e solenne, quella di un filosofo rivelatore dei segreti reconditi del cosmo. Ciò che mi ha sbalordito, oltre la nitidezza della sua immagine e della sua voce, era la chiarezza e coerenza con cui egli esprimeva il concetto che vado, ora, a “rivelarvi”. Prima, però, devo fare un’ultima premessa. Russell è un filosofo eclettico, poliedrico e le sue opere, nonché il suo pensiero spaziano negli ambiti più disparati della filosofia. Tuttavia, i lavori compiuti in filosofia della matematica, sui suoi fondamenti logici ed ontologici, sono quelli che più hanno pesato sulla sua indiscutibile immortalità nella grande famiglia dei filosofi della storia umana. Io sebbene a conoscenza che Russell fosse anarcoide, a parte qualche informazione rubata qua e la nel web, non ho mai letto nessun suo scritto che parlasse di società e della sua struttura e conformazione. Ad oggi tra le sue opere quelle che ho letto e studiato sono “I principi della matematica” (1903) e “Introduzione alla filosofia della matematica” (1970).

Detto questo andiamo alla rivelazione onirica.

Le “regole”. Russell mi spiegava cosa fossero le regole e con questo induceva in me una chiara metafora sulle regole nella società. Visivamente e auditivamente mi mostrava un piano forse infinito, su cui dei fantocci semi-sintetici da varia dimensione,  proiettavano le loro ombre. Queste si dipanavano più o meno casualmente sul piano;  casualità  correlata alla forma varia e fantasiosa dei fantocci. Tali ombre formavano su questo un groviglio di sentieri, grandi e piccoli, lunghi e corti, annidati. Egli mi diceva che l’uomo comune, non conosce la vera natura effimera, visuale e illusoria delle ombre e tende a percorrere, nella propria esistenza, le strade delineate da queste. Coloro che detengono il potere o coloro che si elevano alla comprensione del reale funzionamento della società, non possono non comprendere, la virtualità di tali sentieri e la vera natura delle ombre. In altre parole essi nella loro esistenza procedono come se tali ombre non esistessero e sono addirittura capaci di assumere forme e posizioni utili a generare ombre conformi al loro tornaconto.

Questo è quanto. La foto iniziale ricorda vagamente l’immagine che ho avuto del filosofo.

 

 

E’ Matematico, la musica mi mette di buon umore!

La musica nella mente

Da oggi è come un teorema di matematica: “La musica mi mette di buon umore”. qualcuno dirà: Hai scoperto l’acqua calda!. Probabilmente si, ma sono contentento poiché su di me funziona! Il genere che ha più effetto sembra essere la musica classica, in particolare l’illuminazione mi è sopraggiunta ascolando i Notturni di Fryderyk Chopin (1810-1849). Dopo l’aver ascoltato 5 o 6 brani, ho una sensazione di benessere corporeo con una intesità che arriva quasi a indurmi a dimostrarla esternamente con un qualcosa simile ad un leggero sorriso, forse dovuto al rilassamento di alcuni tra i numerosissimi muscoli del volto.

In realtà mi sono accorto coscientemente di tale effetto poiché in questi giorni, il mio umore è stato un po’ più basso del solito.  Ho deciso, quindi, di evadere caricando un po’ di musica sullo smartphone, per averla sempre con me, anche quando il lettore MP3 lo dimentico a casa. In realtà era qualche tempo  che non ascoltavo un insieme di brani di musica classica, per tale motivo sono stato in grado di fare tali constatazioni.

E’ noto che la musica abbia effetti benefici sul corpo, sembra influenzare e regolare il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la respirazione e i livelli ormonali.

In precedenza dicevo che l’intensità della sensazione di benessere sembra raggiungere un punto in cui si è indotti a esternalizzarla, ecco, un termine più adatto è: uno stato quasi euforico.

Qual è tra i piu noti, l’ormone considerato essere causa di stati euforici? L’Endorfina. Le Endorfine, per essere precisi, sono un gruppo di neurotrasmettitori prodotti dal cervello che hanno proprietà analgesiche simili alla morfina e all’oppio.

La musica genera un qulche mutamento sulla regolazione degli ormoni dello stress e sulle Endorfine.

Alfred Tomatis (1920-2001), medico e psicologo francese ha coniato un termine adatto per la musica di un particolare e noto compositore: “L’effetto Mozart”.  Al momento non tutta la comunità scientifica è in accordo sugli effetti benefici intesi come aumento delle capacità di memoria e attentive soprattutto in attività intellettive delle composizioni di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791). Inoltre sembra aumentare le capacità spaziotemporali e il senso di calma. Il compositore Glenn Schnellenberg sostiene che tale effetto sia riscontrabile in molteplici generi e autori e non solo in Mozart. Ulteriori approfondimenti possono essere appresi quì.

Insomma, sono felice ora e confesso che questo articolo lo sto scrivendo ascoltando Chopin. Così se potete concedervi, adesso, un momento di relax vi lascio con: ” Nocturne No.20 in C-sharp minor op.post. , Lento con gran espressione”